Bhe non sono la sola…

6-11-2011 Bolzano, bebè nasce in autostrada

Una gestante di 31 anni e il marito non fanno in tempo ad arrivare in ospedale: il parto nei pressi di un casello

MILANO – La polizia stradale di Bolzano, in servizio di vigilanza autostradale, è intervenuta nei pressi del casello autostradale di Bolzano nord in soccorso di una gestante di 31 anni di San Candido (Bolzano), residente nel comune di Fiè. La donna aveva fatto richiedere dal marito l’urgente intervento della polizia stradale in quanto, diretta all’ospedale regionale di Bolzano per partorire, si erano rotte le acque lungo l’autostrada del Brennero e il bambino stava per nascere. Gli agenti della stradale, vista l’impossibilità di poter accompagnare la giovane in ospedale, hanno deciso di farla partorire sul posto, improvvisando all’interno della macchina una sala parto. La donna, assistita dal marito e dai due poliziotti, ha dato alla luce una bambina. (Fonte Agi)

”Non sono la sola hihi” ho subito pensato e leggendo il suddetto articolo devo ammatterlo mi sono riconosciuta nella notizia e commossa al ricordo anche se nel mio caso i pubblici ufficiali dopo averci inseguito per ammonirci(dati i semafori rossi bucati e la velocità sostenuta)dopo aver preso coscienza dell’urgenza,credendo di render libero il passaggio, correvano solitari di fronte a noi distaccandosi in distanza e scomparendo nella folla a sirene spiegate, così la mia piccola ed io,SOLE, SENZA AIUTO ALCUNO,abbiamo seguito la forza dell’istinto e dell’amore: Laura è venuta alla luce ,con una sola spinta sincera, abbandonata, fiduciosa, nella preghiera che tutto andasse bene.Nel tempismo fortunato di un arresto tempestivo dell’auto al momento culminante ed ecco stretta fra le mie braccia la mia piccola.Questa la straordinaria unicità di tale nostro bellissimo vissuto,a parte lo scalpore sollevato dal rocambolesco distendersi delle circostanze,curiose,sorprendenti,proprio invece in contrapposizione a ciò la naturalezza e primaria istintività restano l’aspetto più importante e di significato nella nascita di mia figlia. A parte i rischi scampati.

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Strutture ospedaliere valutate secondo l’accuratezza dei servizi offerti alle donne

Gli ospedali col bollino rosa

L’Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna(O.N.Da) ha ideato un programma speciale di segnalazione degli ospedali valutati in base al loro livello di women friendship‘, cioè sul grado di attenzione posta non solo nei confronti dei campi della medicina dedicati alle patologie femminili, ma anche verso le esigenze specifiche delledonne ricoverate.

In questo programma grande importanza è data agli ospedali dove partorire non è solo una pratica consolidata, medicalizzata e abitudinaria, ma dove le donne possono trovare un ambiente confortevole, accogliente, estremamente professionale e rassicurante e dove il parto viene vissuto come esperienza coinvolgente e straordinaria.

Ogni anno, quindi, O.N.Da. assegna un punteggio espresso in Bollini Rosa per identificare gli ospedali che sono maggiormente “women friendly”.

Questi i criteri (aggiornati al marzo 2011) di assegnazione dei bollini:

  • Appropriatezza del percorso diagnostico terapeutico e quindi l’applicazione di livelli di cura necessaria per garantire uno specifico e accurato processo clinico della patologia, in conformità con le esigenze e le caratteristiche della donna.
  • Posizionamento della paziente al centro delle cure per cui centralità della donnatutela della sua dignità da parte della struttura ospedaliera, umanizzando le cure e sostenendo la paziente nella sua complessità psico-fisica.

Sul sito Bollini Rosa http://www.bollinirosa.it/ una mappa degli Ospedali in rosa, ma anche uno spazio dove le pazienti potranno anche esprimere il loro livello di gradimento dei servizi ricevuti in ospedale e lasciare i propri commenti.

Articolo tratto da:Paginemamma.it

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La prima carezza tra gemelli è già nell’utero

Già dopo poche settimane di vita i feti si accarezzano, si sfioranoe s itoccano con premura e dolcezza

http://video.corriere.it/diretta-gemelli/f178adce-eaa2-11df-acba-00144f02aabc

Già dopo poche settimane di vita i feti si accarezzano, si sfioranoe s itoccano con premura e dolcezza

Un team italiano: è la prova che siamo programmati alla socialità “I movimenti verso il pancione della mamma sono meno delicati”

VALENTINA ARCOVIO

A vedere le immagini si rimane di stucco. Se è già molto emozionante poter sbirciare dentro la pancia di una mamma per spiare due piccoli bambini che condividono lo stesso utero, immaginate quanto può esserlo vedere due fratellini che fanno amicizia tra loro per la prima volta.
Hanno appena poche settimane di vita e già, i piccoli feti, si accarezzano, si sfiorano, si toccano con straordinaria premura e dolcezza. Prima ancora di aver sviluppato perfettamente le gambe e le braccia. Prima cioè di aver raggiunto la 14ª settimana di gravidanza. Fino ad oggi non si pensava che un feto così piccolo potesse compiere la sua prima azione sociale. Perché, quando tocca il fratellino, non lo fa accidentalmente, ma con la delicatezza di chi sa che quel esserino è troppo delicato per urtarlo bruscamente così come invece si fa con le pareti uterine della mamma.

Oltre l’immaginazione
A catturare questi magici momenti è stato un gruppo di scienziati italiani delle Università di Padova, Torino e Parma, in collaborazione con l’Istituto pediatrico Burlo Garofalo di Trieste. Gli scienziati – coordinati da Umberto Castiello, docente di psicobiologia a Padova – hanno osservato, registrato e misurato i movimenti di piccoli feti ancora accoccolati nel grembo materno. E quello che hanno visto supera di gran lunga la nostra immaginazione. Così come hanno spiegato alla rivista «Plos One», quando un feto condivide l’utero con un gemello, instaura con questo una relazione sociale fatta di piccoli movimenti delicati. «Sono movimenti riflessi o stereotipati», spiega Vittorio Gallese, docente di Fisiologia Umana al Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Parma e co-autore dello studio insieme con Cristina Becchio dell’Università di Torino. «Sono organizzati – aggiunge – e hanno caratteristiche analoghe ai movimenti volontari dell’adulto». In parole povere questi minuscoli esserini sembrano essere «programmati» alla socialità e, quindi, la predisposizione alle interazioni con gli altri si sviluppa già diversi mesi prima di nascere.
I ricercatori hanno preso in esame i gemelli, gli unici su cui si può verificare la propensione precoce alla socialità. Per osservare e distinguere i movimenti è stata utilizzata l’ecografia quadridimensionale. «E’ uno strumento – dice Gallese – che permette di osservare, oltre che i singoli movimenti, anche i movimenti nel tempo». In pratica questa tecnica ha consentito agli scienziati di registrare i movimenti di cinque coppie di feti gemelli in due momenti precisi, alla 14ª e alla 18ª settimana.
E poi un software speciale ha permesso di ricostruire e analizzare tre diverse tipologie di movimenti: verso se stessi, verso la parete uterina e verso il gemello. «Abbiamo visto che già alla 14ª settimana di gestazione – racconta Gallese – i gemelli sono capaci di controllare i loro gesti in modo differente a seconda di dove questi siano diretti. Il tipo di movimento è stato classificato in base a un parametro oggettivo, che è la decelerazione rispetto all’obiettivo da raggiungere». Più il movimento è decelerato e più è delicato il tocco. Un processo che i piccoli sembrano iniziare a capire già nell’utero della mamma.
«Infatti, abbiamo visto – dice Gallese – che, quando il feto si muoveva verso le pareti uterine, il movimento era molto meno decelerato rispetto a quando il movimento era rivolto verso di sé o verso l’altro feto». In pratica, con il pancione della mamma il piccolo sembra dimostrare una minore accuratezza, mentre con il fratellino i movimenti sembrano vere e proprie carezze. Se si guardano le immagini registrate, sembra proprio che i due feti si coccolino. I loro tocchi non sono urti accidentali, ma vere e proprie carezze. «Anche quando il feto tocca se stesso – spiega Gallese – i movimenti differiscono a seconda di quale parte del corpo si toccano. Se il movimento è rivolto agli occhi, è più accurato, e, se è rivolto verso la bocca, è meno decelerato». Una constatazione che sfata alcune ipotesi precedenti sull’argomento.

Implicazioni pratiche
«Prima, infatti, si pensava che i movimenti del feto – sottolinea lo scienziato – fossero soltanto casuali. Grazie a questo studio, invece, adesso sappiamo che c’è un’organizzazione motoria». Ma aldilà della pura conoscenza, lo studio italiano potrebbe avere implicazioni pratiche molto importanti. «I nostri risultati – spiega Gallese – aprono nuove e interessanti prospettive. Possiamo usare i movimenti dei feti per capire se esiste una correlazione fra questi e lo sviluppo post-natale del bambino». In pratica, lo scienziato spera che un giorno si possano utilizzare i movimenti come una sorta di parametro per la diagnosi precoce di disturbi dello sviluppo, come ad esempio l’autismo.
«Per fare tutto questo – conclude Gallese – occorrono nuovi finanziamenti. Uno studio del genere richiede tempo e il contributo di diversi specialisti. I bambini andrebbero seguiti almeno due anni dopo la nascita. La tecnologia, i cervelli e la buona volontà ci sono. Mancano però i soldi».

Articolo trato da LA STAMPA

Filmato tratto della Corriere della Sera.it

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Non è mai “troppo presto”: i modi per ridurre la violenza possono partire dall’utero

É difficile pensare che un bambino possa essere violento o distruttivo, ma i semi della violenza possono essere impiantati prima che un bambino sia nato, secondo una ricerca della University of Pennsylvania School of Nursing.

L’attenzione ai fattori di salute fin dalla fase prenatale potrebbe prevenire la violenza nella vita adulta, riferisce  il Professor Jianghong Liu, PhD, RN, nella rivista Aggression and Violent Behavior. Recenti ricerche dimostrano una base biologica del crimine, dice il dottor Liu. ”‘Biologica’ non significa soltanto i fattori genetici”, spiega, “ma anche fattori di salute, come la carenza nutrizionale ed esposizione al piombo, che influenzano i processi biologici”. Lo studio del dottor Liu insiste sui periodi prenatale, perinatale e postnatale, che sono momenti critici sia per il neuro-sviluppo del bambino sia per le modifiche ambientali.

I dati dimostrano che i fattori di rischio per la delinquenza e la criminalità cominciano presto nella vita e che il cervello subisce lo sviluppo più critico nei bambini nei primi 36 mesi, sottolineando l’importanza dell’intervento precoce. Tra i primi fattori di rischio per la salute, il dottor Liu  identifica la nutrizione prenatale e postnatale, l’esposizione al piombo, l’ uso di tabacco durante la gravidanza, la depressione materna e lo stress, le complicazioni alla nascita, il trauma cranico, e gli abusi sui minori.

La ricerca del dottor Liu indica che l’identificazione precoce dei fattori di rischio per la salute è un primo passo importante nel prevenire l’aggressività  nell’infanzia e nella delinquenza adolescenziale, che portano alla violenza in età adulta, uno dei maggiori problemi nella società. “La violenza colpisce tutti nella società e il costo della violenza ha anche un impatto indiretto sulla nostra vita,” dice il Dott. Liu. I dati del Centers for Disease Control mostrano che all’interno della popolazione americana tra i 10 e i 34 anni, gli omicidi sono tra le  prime tre cause di morte. Il sistema sanitario statunitense spende 176 miliardi dollari all’anno per curare ferite da arma da fuoco e coltellate.

Nonostante  i decenni di ricerca sui fattori di rischio sociali e biologici come causa del comportamento antisociale e aggressivo nei bambini, si sa molto poco circa gli effetti dei fattori  di salute nell’infanzia. “Come società dovremmo investire in una migliore assistenza sanitaria per i primi anni di vita - come già nel feto in crescita - al fine di minimizzare i fattori di rischio per la salute riguardo alla violenza”, dice il dottor Liu. ”Non è mai troppo presto per intervenire nello sviluppo delle tendenze violente.”

Tratto dal sito:Scienze Naturali scritto da

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Chi ha paura della maternità? Convegno a Genova.

Venerdì 21 ottobre 2011 dalle 9.00 alle 15.00 a Genova, presso Galata Museo del Mare, il Convegno Internazionale organizzato da Federsanità Anci Liguria.
Partecipazione gratuita previa pre-iscrizione.

http://www.lorenarambaudi.it/home/images/M_images/maternita21ottobre.pdf

“Nascere in una comunità accogliente” è il progetto sociale e culturale che si propone attraverso il convegno. Partendo da una riflessione sul senso che l’evento nascita ha assunto nella società contemporanea, sulle motivazioni storiche e culturali della denatalità, l’obiettivo è sostenere i progetti procreativi all’interno di una comunità partecipe e solidale. La lettura culturale del fenomeno si incrocia con le politiche sociosanitarie nazionali e regionali attuali e future, nell’ottica di una maggiore integrazione tra interventi sociali e sanitari, territoriali ed ospedalieri. Studiosi, assessori alle politiche sociosanitarie, assistenti sociali, ginecologi, ostetriche e pediatri, tecnici e amministratori si confronteranno sul tema per individuare linee di indirizzo e di intervento condivise.

La partecipazione al convegno è gratuita. E’ gradita la pre-iscrizione, da inviare adarcos@arcosricerca.it utilizzando il modulo allegato.

Scarica il programma dettagliato.

Arcos srl Ricerca & Comunicazione
via al Ponte Reale 1-33 – 16124 Genova
tel 010 2461749 – fax 010 2461750
e-mail: arcos@arcosricerca.it
sito web: www.arcosricerca.it

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La nascita? Ancora un lusso per pochi Cinquanta milioni di mamme a rischio

Save the Children pubblica la graduatoria del benessere di madri e figli in 164 Paesi In testa la Norvegia, ultimo l’Afghanistan. L’Italia scivola al 21esimo posto.

MILANO – La nascita è ancora un «lusso» nella stragrande maggioranza dei Paesi in via di sviluppo: mille donne e duemila bambini continuano a morire ogni giorno per complicazioni al momento del parto, facilmente evitabili e risolvibili se ad assistere alla nascita ci fosse anche una sola ostetrica. Ma così non è ancora per 48 milioni di donne nel mondo, di cui 2 milioni partoriscono in totale solitudine, senza neanche un familiare. Sono questi alcuni dei dati che danno la misura delle abissali distanze che ancora separano i Paesi industrializzati da quelli del Terzo e Quarto mondo, con la Norvegia in cima alla classifica delle nazioni dove mamme e bambini stanno meglio e l’Afghanistan all’ultimo posto nel mondo per benessere materno-infantile, secondo l’Indice delle madri diffuso dall’associazione Save the Children all’interno del 12esimo «Rapporto sullo stato delle madri nel mondo», una graduatoria del benessere materno-infantile in 164 Paesi stilata sulla base di vari parametri: dagli indici di mortalità infantile e materna, all’accesso delle donne alla contraccezione, dal livello di istruzione femminile e di partecipazione delle donne alla vita politica, ai tassi di iscrizione dei bambini a scuola.

«PICCOLE MAMME»- Alla pubblicazione, che tradizionalmente viene diffusa alla vigilia della festa della mamma per fare il punto sulla condizione delle madri e dei bambini nel mondo, quest’anno Save the Children affianca anche la ricerca «Piccole mamme», un’analisi sulle madri teen ager in Italia. «A guardare i dati e le classifiche si rischia di farsi prendere dallo sconforto perché da un anno all’altro — spiega Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia —. La scala di alcuni problemi rimane grande soprattutto in molti paesi subsahariani e asiatici, per esempio Niger, Ciad, Eritrea, Sudan, Afghanistan, Yemen, dove l’esperienza della maternità e della nascita restano una sfida, a volte mortale, per madre e bambino. E anche guardando a casa nostra non si può nascondere una certa preoccupazione nel vederci scivolare nell’Indice delle madri dal 17esimo al 21esimo posto fra i Paesi industrializzati per benessere materno-infantile, con alcuni indicatori – come la presenza delle donne in parlamento o il ricorso alla contraccezione – che ci vedono al di sotto di alcune nazioni in via di sviluppo».

LA CLASSIFICA MONDIALE – Secondo l’indice della madri, Afghanistan, Niger, Guinea Bissau, Yemen, Chad, Repubblica Democratica del Congo, Eritrea, Mali, Sudan, Repubblica Centro Africana sono i 10 paesi dove i livelli di salute materno-infantile e le condizioni di madri e bambini sono i peggiori al mondo. All’estremo opposto della classifica, i 10 paesi dove il benessere di madri e bambini è massimo: Norvegia, Australia, Islanda, Svezia, Danimarca, Nuova Zelanda, Finlandia, Belgio, Paesi Bassi, Francia. La distanza fra la prima della lista, la Norvegia, e l’ultimo paese in graduatoria, l’Afghanistan, è abissale: in Norvegia ogni parto avviene in presenza di personale qualificato mentre in Afghanistan questo accade solo nel 16% dei parti. Una donna norvegese in media studia per 18 anni e vive fino a 83. L’83% delle donne norvegesi fa uso di contraccettivi e 1 su 175 perderà il proprio bambino prima che compia 5 anni. All’estremo opposto, una donna afghana studia per meno di 5 anni e vive mediamente fino a 45. Meno del 16% di donne ricorre alla contraccezione, 1 bambino ogni 5 muore prima di arrivare al quinto anno di età il che significa che ogni donna, in Afghanistan, va incontro alla perdita di un figlio nell’arco della sua vita. Prendendo in esame altri Paesi in fondo alla classifica, i confronti non sono meno drammatici: 1 donna ogni 14 in Ciad e Somalia rischia di morire durante la gravidanza o il parto. In Italia il rischio di mortalità materna è inferiore a 1 donna ogni 15.000.

LA SITUAZIONE IN ITALIA- Nel confronto fra zona alta e la zona bassa dell’Indice, quest’anno il nostro Paese non è nel gruppo di testa e neanche più nella seconda fila, perché dal 17esimo posto è scesa al 21esimo. «La discesa di qualche posizione non è confortante perché riguarda soprattutto i parametri relativi alla condizione della donna e al suo ruolo e riconoscimento sociale — dice Raffaela Milano, responsabile dei programmi Italia-Europa di Save the Children— . Risulta per esempio in flessione la percentuale delle donne sedute in parlamento (20%) a fronte di percentuali più alte in paesi come lo stesso Afghanistan (28%), Burundi (36%), Mozambico (39%). Stabili appaiono altri indicatori, come quello sull’utilizzo della contraccezione che coinvolge il 41% delle donne italiane. Una percentuale inferiore a quella di paesi come Botswana (42%) Zimbabwe (58%), o ancora Egitto (58%) e Tunisia (52%), e molto distante dall’82% della Norvegia». Save the Children ha voluto puntare i riflettori, in particolare, sulle mamme adolescenti italiane, realizzando la ricerca «Piccole mamme» in collaborazione con le associazioni CAF Onlus di Milano, Il Melograno di Roma e L’Orsa Maggiore di Napoli. Le mamme teen sono quelle di età compresa fra i 14 e i 19 anni. Sono oltre 10.000 in Italia, di cui circa 2.500 minorenni: fra queste ultime il l’82% è costituito da mamme italiane, il restante 18% da mamme straniere. Il 71% delle mamme teen risiede nel Mezzogiorno e nelle isole, in particolare in Sicilia, Puglia, Campania, Sardegna e Calabria. Nell’Italia meridionale e nelle isole i nati da madri minori di 20 anni rappresentano il 3% del totale delle nascite nell’area a fronte dell1,3% nell’Italia nord orientale e nord occidentale, dell’1,1% dell’Italia centrale. Guardando al rapporto fra mamme teen straniere e italiane in 3 città campione (Milano, Roma e Napoli), a Milano si rileva una percentuale più consistente delle prime (pari al 2,62% sul totale delle mamme straniere) rispetto alle seconde (lo 0,97% sul totale delle madri italiane). Anche a Roma il rapporto è più sbilanciato a favore delle mamme straniere (1,82 a fronte dello 0,74 delle madri italiane). A Napoli invece la situazione si ribalta: la percentuale di madri italiane è più alta (3,46%) in confronto a quella delle mamme teen non italiane (1,41%). L’età media in cui le giovani mamme hanno un bambino è di 16-17 anni. Circa il 60% delle mamme adolescenti ha un marito o un compagno, mediamente giovane (fra i 18 e i 21 anni). Solo una piccola parte (il 19%) delle giovani madri ha un lavoro; per quanto riguarda il titolo scolastico, molte si sono fermate alla scuola dell’obbligo o hanno successivamente interrotto gli studi. «Il numero delle mamme adolescenti è rimasto più o meno costante e contenuto negli anni ma non per questo il fenomeno può essere ignorato — spiega Raffaela Milano —. Le mamme adolescenti sono ragazze doppiamente vulnerabili, poiché al delicato momento rappresentato dall’adolescenza si aggiunge l’esperienza della maternità. Il risultato è spesso un sentirsi impreparate e inadeguate sia a livello emotivo, sia sociale ed economico. Talvolta poi la gravidanza precoce si inserisce in un quadro già multiproblematico sia della ragazza che della sua famiglia di origine. Ne consegue la necessità di costruire intorno alla giovane mamma e al suo bambino una rete di supporto, da parte dei servizi sociali e sanitari, prevedendo anche una formazione ad hoc per gli operatori coinvolti, che tenga conto della provenienza non italiana di tante di queste mamme e delle particolari dinamiche culturali e familiari in cui esse vivono».

L’ANALISI DI THE LANCET E IL RAPPORTO AMREF – A corroborare i dati di Save the Children, uno studio sulla mortalità neonatale appena pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet che mette in rilievo il preoccupante dato sul lento calo dei decessi. Ogni giorno 7.200 bambini, nel mondo, muoiono poco dopo aver visto la luce. Nel 2009 sono morti 2,6 milioni di bimbi entro il primo anno di vita, soprattutto nei Paesi a basso reddito. Nel 1995 si erano registrati 3 milioni di casi, nel 2009 si è arrivati a 2,6 milioni. Una sottile percentuale al ribasso, solo l’1,1% all’anno. Il 98% delle morti si verifica nei Paesi a basso e medio reddito ma anche quelli sviluppati non sono immuni dal fenomeno. Nelle zone ricche del pianeta, il rapporto con quelle povere è di 1 caso a 320. Cinque, le principali ragioni di mortalità: complicazioni del parto, infezioni materne in gravidanza, disturbi della madre (soprattutto ipertensione e diabete), restrizione della crescita fetale e anomalie congenite. Secondo un’analisi dell’Oms, adottando alcune misure di prevenzione sulle madri e sui bambini si potrebbe salvare oltre un milione di neonati all’anno. Quasi la metà delle morti neonatali, 1,2 milioni, avviene quando la donna è in travaglio. Si tratta di episodi direttamente connessi con la mancanza di assistenza qualificata in un momento critico per madri e bambini. Due terzi dei casi avviene nelle zone rurali, dove il personale ostetrico e i medici non sono sempre disponibili per le cure essenziali durante il parto e per le emergenze, come la necessità di effettuare un parto cesareo. Il 66% dei decessi, in base all’analisi di Lancet, riguarda soli 10 Paesi: Afghanistan, Bangladesh, Cina, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, India, Indonesia, Nigeria, Pakistan e Repubblica Unita della Tanzania. Secondo Amref (African Medical and Research Foundation), ogni giorno muoiono mille donne per complicanze legate al parto, il 99% nei paesi poveri e la metà concentrate nell’Africa Sub-sahariana, dove è a rischio una futura mamma ogni 31. «Donne e neonati poveri — sottolinea Amref — muoiono molto più degli altri perchè non hanno accesso all’assistenza sanitaria di base che in altre parti del mondo è scontata, gratuita e accessibile a tutti e passa in primis per la disponibilità di ostetriche per l’assistenza al parto. Peraltro, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che sono necessarie 334 mila ostetriche per assicurare l’accesso universale a personale ostetrico qualificato entro il 2015 e si calcola che almeno il doppio siano quelle necessarie per assicurare l’accesso a un pacchetto completo di servizi di salute sessuale e riproduttiva».

LE CAMPAGNE DI SOSTEGNO - Save the Children rilancia la campagna Every One con lo slogan «Siamo tutti mamme» (www.savethechildren.it) per finanziare soluzioni a basso costo, semplici e sperimentate che garantiscano la salute delle madri prima, durante e dopo il parto e abbattano così la mortalità materna e infantile sia al momento della nascita che nei primi mesi e anni di vita del bambino. Fino al 25 maggio è di nuovo possibile contribuire alla campagna Every One, donando 1 euro con un sms al 45599 da cellulare personale TIM, Vodafone, Wind, 3, Coopvoce e Tiscali; 2 o 5 euro chiamando lo stesso numero da rete fissa Telecom Italia, Infostrada, Fastweb, Teletu e Tiscali. Sarà possibile sostenere Every One in anche in tutti i negozi OVS d’Italia, acquistando una shopper direttamente alle casse e fino al 28 maggio si potrà effettuare con facilità una donazione per la campagna di Save the Children in tutte e 45 mila le ricevitorie SISAL sul territorio nazionale. Con i fondi raccolti Save the Children continuerà a sostenere programmi di salute e nutrizione nei 36 paesi in cui si sta dispiegando la campagna, in 6 dei quali – Egitto, Etiopia, Mozambico, Malawi, Nepal, India – i programmi sono direttamente sostenuti da Save the Children Italia. Con Every One, Save the Children si sta impegnando concretamente a salvare 2 milioni e 500.000 bambini entro il 2015, a raggiungere con programmi di salute e nutrizione circa 50 milioni di donne in età fertile e bambini, e a mobilitare 60 milioni di sostenitori in tutto il mondo. Amref lancia invece una raccolta di fondi legata alla Festa della mamma. Con lo slogan «Nessuna donna dovrebbe rischiare la vita per dare la vita», l’organizzazione no profit propone di festeggiare la propria madre donando una visita ginecologica, un corso premaman o un vaccino a una mamma africana (www.occasionidelcuore.it).

Ruggiero Corcella
07 maggio 2011

Fonte:Corriere della Sera.it

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Testosterone e autismo(correlazione sin dalla vita fetale)

Una ricerca condotta da alcuni ricercatori dell’Università di Utrecht, in Olanda, in collaborazione  con Simon Baron-Cohen, docente di psicopatologia dello sviluppo all’Università di Cambridge(esperto di autismo e autore di pubblicazioni sulle basi biologiche delle differenze comportamentali tra maschi e femmine)ha mostrato che basta una pillola per far avvicinare i due sessi, almeno in relazione alla capacità empatica. A 16 ragazze tra i 20 e i 25 anni è stato chiesto di decifrare le espressioni sui volti raffigurati in alcune fotografie dopo aver assunto una pillola, una volta a base di testosterone, una volta priva di qualunque principio attivo, in ordine casuale e senza avere la minima idea di cosa stessero prendendo.  Dopo la somministrazione dell’ormone, i tre quarti delle ragazze mostravano una minor capacità di interpretare le figure rispetto a quando avevano assunto placebo. Una maggior presenza di testosterone riduceva quindi la loro empatia. «Questo studio, sebbene coinvolga un ristretto numero di persone» commenta Baron-Cohen, «aggiunge nuove prove al fatto che anche piccole differenze ormonali possono avere effetti di vasta portata sulla capacità empatica della nostra mente».

LO SPECCHIO DELLE DITA – Ma non tutte le donne erano influenzate allo stesso modo dal testosterone nella loro capacità empatica. I ricercatori di Utrecht hanno notato che era possibile prevedere quali fossero le più sensibili all’ormone grazie a un parametro che normalmente indica il suo livello nel feto, cioè il rapporto tra la lunghezza dell’indice e dell’anulare, chiamato in sigla 2D:4D. Più è basso il suo valore, a causa di una maggior dimensione dell’anulare, più il rapporto è «mascolino» e associato a una concentrazione più alta di ormone androgeno in utero. «Questa è una scoperta molto stimolante» sostiene Jack van Honk, ricercatore in psicologia sperimentale a Utrecht e co-autore dello studio, «perché suggerisce come i livelli di testosterone presenti ancor prima della nascita possano, in seguito, influenzare i suoi effetti sulla mente».

PSICOBIOLOGIA E AUTISMO – I risultati di questa ricerca, se verranno confermati da altre indagini, serviranno a comprendere meglio il legame tra certe caratteristiche biologiche e alcuni aspetti della psicologia e del comportamento umano anche in relazione alle differenze uomo-donna. Inoltre i dati presentati dal gruppo guidato da Baron-Cohen vanno a supportare la sua teoria androgena dell’autismo che lega questa malattia a un’alta esposizione al testosterone durante lo sviluppo embrionale. Questa patologia neurologica è infatti caratterizzata da disturbi comportamentali in particolare da difficoltà a socializzare e a relazionarsi con gli altri e quindi da una ridotta capacità empatica. L’autismo inoltre è prevalentemente diffuso tra il sesso maschile, in un numero quattro volte superiore a quello femminile. Se la teoria di Baron-Cohen dovesse essere confermata non solo si avrebbero importanti informazioni sulle basi biologiche di questo disturbo, ma si potrebbe pensare anche di avere a disposizione, in un prossimo futuro, uno strumento per la sua diagnosi prenatale.

Cristina Gaviraghi

Fonte:Corriere della Sera.it

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Reparti migliori e vere «eccellenze» per assistere i parti

MILANO - Se già il «parto» è stato a rischio, anche il periodo di «puerperio» del programma nazionale di riforma dei punti nascita si preannuncia lungo e travagliato. Fuor di metafora, ministero della Salute e Regioni si sono dati tre anni per realizzare la rivoluzione che dovrebbe condurre l’Italia fuori dalle secche dell’emergenza-nascita evidenziata soprattutto dal numero spropositato di cesarei. Già, ma come ottenere «la promozione e il miglioramento della qualità, della sicurezza e dell’appropriatezza degli interventi assistenziali nel percorso nascita e la riduzione del taglio cesareo», evocati nel chilometrico titolo del programma di riforma?

Le Linee di indirizzo ridisegnano il sistema dell’assistenza alla madre e al bambino su due assi fondamentali: ospedali e territorio. I primi andranno incontro a una «razionalizzazione» che porterà i punti nascita che assistono meno di 500 parti all’anno a scomparire, mentre quelli tra i 500 e i 1.000 saranno accorpati. Le strutture di “primo livello” della nuova rete dovranno dare una risposta adeguata ai parti “normali”. Per quelli difficili o che potrebbero complicarsi, invece, le mamme avranno a disposizione gli ospedali di “secondo livello”. Il tutto con una dotazione di personale e mezzi che assicuri un salto di qualità negli standard di sicurezza ( si veda lo schema a destra ). Così i reparti di primo livello avranno la guardia sulle 24 ore di ostetriche, ginecologi, anestesisti, neonatologi e pediatri, come la disponibilità dei servizi di diagnostica e di laboratorio. Ogni ospedale dovrà organizzare un servizio di trasporto d’emergenza per il trasferimento delle mamme e dei neonati. Per quanto riguarda il territorio, invece, la parola d’ordine è garantire la «continuità assistenziale». Si prevede perciò la creazione di un modello dipartimentale fra ospedale, distretto socio-sanitario, consultorio familiare e altri servizi dell’area materno-infantile. Un’altra novità importante della riforma riguarda l’incentivazione del parto naturale, anche economicamente, e l’epidurale garantita a tutte le donne.

La soglia dei 500 parti l’anno non nasce dal caso. Per l’Organizzazione mondiale della sanità è la cifra minima perché un punto nascita possa garantire sicurezza. «Gli studi hanno mostrato chiaramente che la mortalità infantile aumenta con il diminuire del numero di nati — spiega Alberto Ugazio, presidente della Società italiana di pediatria —. Insomma, 500 parti l’anno significa farne uno e mezzo al giorno. Se l’équipe è poco allenata, di fronte a un’emergenza è maggiormente in difficoltà». La stessa Federazione dei collegi delle ostetriche testimonia il fallimento del contenimento dei cesarei legato al Progetto obiettivo materno-infantile di dieci anni fa: «Erano stati previsti ospedali da 500 parti l’anno — dice Miriam Guana, presidente della Federazione — per la gestione di gravidanze e parti fisiologici. In realtà si è visto che anche negli ospedali piccoli i tagli cesarei raggiungevano il 50 per cento».

Il motivo è semplice. Nei piccoli ospedali a volte mancano strumenti e attrezzature necessari, i medici non sono di guardia sulle 24 ore e quindi per non rischiare si abusa del cesareo anche in casi dove c’è poco o nulla di patologico. Per questo, la Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo) è scesa in campo contro ipotesi di deroghe alla riforma. «Non sono ammissibili — taglia corto Nicola Surico, presidente Sigo — e saremo noi ginecologi, per primi, a spiegare alle donne che è meglio sopportare alcuni disagi logistici, ma avere strutture che garantiscono al meglio la salute di madre e bambino». Sigo, Società italiana di neonatologia (Sin) e Società italiana medici manager (Simm) sono invece a buon punto con un progetto di certificazione di qualità dei punti nascita.

Insomma, una specie di «bollino» per quegli ospedali che rispondono ai parametri messi a punti dallo Iom (Institute of medicine, che raggruppa le Società scientifiche Usa): sicurezza, efficacia, efficienza, equità centralità dei pazienti e delle loro famiglie, tempestività di intervento. «La bozza dovrebbe essere pronta entro fine mese aprile — dice Paolo Giliberti, presidente Sin —. Per adesso è un’iniziativa di tipo privatistico e vale solo come indicazione. Ci candidiamo tuttavia a verificare la presenza dei requisiti richiesti e speriamo che il ministero faccia proprio questo percorso». Il provvedimento del ministro Fazio ha ottenuto l’approvazione di massima delle società medico-scientifiche (ginecologi-ostetrici, neonatologi e pediatri), della Federazione sindacale dei medici dirigenti e di quella dei collegi delle ostetriche, come dell’Associazione di volontariato parto naturale tutte coinvolte nell’elaborazione del progetto. Approvazione di massima, si diceva, perché il presidente di Fesmed , Carmine Gigli, proprio questa settimana ha ribadito davanti alla Commissione igiene e sanità del Senato (una delle quattro che indagano sullo stato dei reparti maternità) la necessità di rivedere organici, carichi di lavoro e anche formazione universitaria dei medici ospedalieri. Per la Società italiana di pediatria, invece, la vera riforma avverrà quando seguirà anche la riqualificazione dei pediatri resi disponibili dalla chiusura dei punti nascita e il loro utilizzo nei settori in cui c’è maggior bisogno: da un lato nuove terapie intensive pediatriche attrezzate in grado di assistere i bambini con malattie acute gravi, come i politraumatizzati da incidenti stradali che sono oggi la principale causa di mortalità infantile, e dall’altro lato i grandi reparti pediatrici attrezzati in grado di far fronte alle malattie croniche complesse. Ma tutti i protagonisti del «nuovo corso» sanno che gli scogli più ostici da superare fin da subito saranno gli investimenti necessari e soprattutto la resistenza alla chiusura dei piccoli centri. I tamburi di guerra stanno già rullando. Lo testimoniano le prime interrogazioni parlamentari peraltro bipartizan.

Ruggiero Corcella

Fonte: Corriere della Sera.it

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Libro-La salute della donna:il benessere del perineo

http://www.paolagreco.com/biblio.html

Prevenire e risolvere le alterazioni del perineo che provocano disagio e fastidio. Libretto di 59 pagine, pubblicato dal Quartiere 2 di Comune di Firenze.

Un libro di Paola Greco, Gianluca Bracco, Renato Palma, Monica Pierattelli

Il perineo? Sconosciuto ai più, luogo innominato, nascosto, segreto è una parte fondamentale del corpo, profondamente legata al benessere e alla salute. Imparare a conoscerlo, prendersene cura, accudirlo dalla nascita fino alla vita adulta contribuisce al benessere generale.

Quando il perineo si indebolisce, intacca le stesse basi dell’identità femminile. La sua debolezza con i suoi disagi, come per esempio l’incontinenza, viene nascosta, taciuta, gestita e sopportata in silenzio.

Questo libretto esprime le domande mai poste, le nomina e risponde con suggerimenti e informazioni illustrate, con un approccio interdisciplinare. Ma soprattutto dà un messaggio: star meglio si può, con un piccolo impegno, guadagnando in benessere e qualità della vita. In modo molto semplice indica la strada che aiuta non solo a ritrovare il benessere perineale, ma anche il benessere di tutta la persona.Inoltre fornisce uno strumento di comunicazione per i corsi di percezione del perineo con donne di tutte le età.

Fonte:sito web Scuola Elementale di Arte Ostetrica

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Manifesto della Salutogenesi

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